L’identità personale non fa la Poesia
Quando ciò che siamo rischia di diventare un criterio per stabilire ciò che è Poesia
La Poesia può nascere da qualsiasi esperienza umana. Può attraversare l’amore, il dolore, il corpo, l’origine, il genere, l’orientamento sessuale, la fede, la migrazione, l’appartenenza culturale, la condizione sociale, la disabilità. Può raccogliere ciò che siamo e ciò che abbiamo vissuto, persino ciò che altri hanno deciso che dovessimo essere. Ma una distinzione rimane necessaria: l’identità di chi scrive può diventare materia della Poesia, non può essere ciò che rende Poesia un testo. E, allo stesso modo, non può bastare a farne poesia civile.
È una distinzione che oggi rischia talvolta di indebolirsi. L’attenzione, giusta e necessaria, verso identità ed esperienze che per lungo tempo hanno trovato meno ascolto può produrre un equivoco quando dal riconoscimento della persona si passa automaticamente al riconoscimento poetico di ciò che quella persona scrive. Sono due piani differenti e mantenerli distinti non significa sottrarre dignità a qualcuno. Significa, al contrario, riconoscergliela pienamente.
Un uomo può scrivere una poesia d’amore per un uomo. Una donna può scriverla per una donna. Il fatto che quell’amore sia omosessuale non rende automaticamente il testo poesia civile e, prima ancora, non garantisce che quel testo sia Poesia. Esattamente come un uomo che scrive per una donna o una donna che scrive per un uomo non ottengono dalla natura eterosessuale del proprio amore alcuna certificazione poetica.
Se adottassimo criteri differenti, finiremmo paradossalmente per costruire proprio quella diversità che vorremmo superare. L’amore di un uomo per un uomo non ha bisogno di diventare una dichiarazione civile per essere riconosciuto come amore. Quello di una donna per una donna non deve portare necessariamente sulle proprie spalle una rappresentazione sociale. Può esserci il desiderio, la mancanza, il corpo, la separazione, la felicità, la quotidianità, l’erotismo, la memoria. Può esserci semplicemente l’amare.
Riconoscere questa libertà è anche una forma di rispetto. Rispettare una persona omosessuale significa non avere bisogno della sua omosessualità per riconoscerla come poeta. Significa non chiedere implicitamente alla sua poesia di rappresentare un’identità ogni volta che prende la parola. E significa, nello stesso tempo, non attribuire valore poetico a un testo soltanto perché quell’identità possiede una particolare rilevanza umana o sociale.
Lo stesso principio vale oltre l’orientamento sessuale. Vale per una donna in quanto donna, per un uomo in quanto uomo, per un’origine etnica o culturale, per chi ha vissuto la migrazione, per chi vive una disabilità, per le differenti appartenenze e condizioni attraverso le quali una persona può riconoscersi o essere riconosciuta. Nessuna identità dovrebbe diventare una patente poetica. E nessun autore dovrebbe essere costretto dentro la propria biografia fino al punto che ogni sua parola venga interpretata attraverso di essa.
Ma che cos’è, allora, la poesia civile?
La poesia civile non nasce dall’identità anagrafica, sessuale, culturale o sociale del poeta. Nasce quando la parola poetica porta l’esperienza individuale verso una dimensione che interroga l’uomo nella comunità e nel proprio tempo. Libertà, dignità, giustizia, guerra, pace, lavoro, discriminazione, diritti, esclusione, memoria collettiva, potere, responsabilità verso gli altri possono diventare materia della poesia civile. Ma anche questa enumerazione sarebbe insufficiente se pensassimo che basti affrontare uno di questi temi per averla già scritta.
La poesia civile non è necessariamente poesia politica, militante o di denuncia. Può nascere da un fatto minuscolo, da un corpo, da una casa, da una relazione, da un ricordo personale. Ciò che conta è il movimento attraverso il quale quella particolare esperienza riesce poeticamente a interrogare una condizione che oltrepassa l’io e coinvolge il nostro essere parte di una comunità umana.
Una poesia sull’amore tra due uomini può dunque essere poesia civile se attraverso quell’amore affronta, per esempio, la negazione di una libertà, la discriminazione, la violenza, il riconoscimento sociale o il rapporto tra individuo e comunità. Ma può anche non esserlo affatto. Può essere una poesia d’amore. E lo stesso vale per due donne.
Una donna può scrivere della propria esperienza femminile senza per questo scrivere necessariamente poesia civile. Una persona proveniente da un’altra cultura può raccontare la propria terra senza che ogni verso debba diventare testimonianza sociale. Chi ha vissuto una migrazione può scrivere del mare senza che quel mare debba necessariamente rappresentare la migrazione. L’identità può attraversare la parola senza essere obbligata a determinarne la categoria.
Il rispetto non richiede indulgenza poetica
Rimane poi una questione ancora più delicata. Non riguarda più soltanto il modo in cui definiamo la poesia civile, ma il momento precedente: quando decidiamo di chiamare Poesia ciò che leggiamo.
Un’esperienza autentica non è necessariamente Poesia. Una testimonianza importante non è necessariamente Poesia. Una confessione dolorosa non è necessariamente Poesia. Un testo che racconta un’identità meritevole di ascolto e rispetto non è, per questo solo motivo, Poesia.
Potrà diventarlo attraverso la parola, il ritmo, l’immagine, la costruzione, la capacità di trasformare il significato, di creare ciò che prima di quella scrittura non esisteva. Potrà raggiungere quella dimensione misteriosa nella quale l’esperienza individuale smette di appartenere soltanto a chi l’ha vissuta e riesce a farsi esperienza anche di chi legge. Ma questo passaggio deve compierlo la scrittura.
Altrimenti corriamo un rischio singolare: mascherare da Poesia ciò che Poesia non è perché temiamo che un giudizio sul testo possa essere confuso con un giudizio sulla persona.
Non lo è.
Si può rispettare profondamente una persona e non riconoscere valore poetico a ciò che ha scritto. Si può riconoscere la dignità di un’esperienza e ritenere che la sua restituzione letteraria non abbia raggiunto la Poesia. Si può condividere la necessità sociale di una testimonianza senza trasformarla, per questo, in un risultato poetico.
Anzi, proprio il rispetto dovrebbe impedirci di utilizzare criteri differenti. Se chiediamo a un autore di conquistare attraverso la parola il proprio essere poeta, dobbiamo chiedere la stessa cosa a ogni autore. Abbassare quella soglia in ragione dell’identità non è necessariamente inclusione. Può diventare una forma sottile di condiscendenza.
La persona omosessuale, la donna, chi appartiene a una determinata origine etnica o culturale, chi proviene da un’esperienza migratoria o vive una particolare condizione personale non hanno bisogno di una zona franca dalla critica. Hanno diritto allo stesso rigore con il quale riconosciamo o non riconosciamo la Poesia negli altri.
Perché la biografia può spiegare un testo, può illuminarlo, può renderne comprensibili alcune radici. Ma la biografia non può scrivere la poesia al posto del poeta.
Tutto può diventare materia, non tutto diventa Poesia
È qui che ritorna una convinzione alla quale affido da tempo il mio modo di intendere la parola poetica: tutto è poesia, ma non tutto è Poesia.
Tutto può essere raccolto dalla Poesia. Nessuna esperienza umana le è estranea. Nessun corpo, nessun amore, nessuna identità deve chiederle il permesso di entrare. Ma proprio perché tutto può diventare materia poetica, nessuna materia può pretendere di essere già Poesia prima che la parola abbia compiuto il proprio lavoro.
L’identità appartiene alla persona. Può appartenere profondamente anche al poeta. Può nutrire la sua lingua, modificarne lo sguardo, consegnargli ferite, memorie, desideri e domande che nessun altro potrebbe vivere nello stesso modo. Ma il valore dell’identità e il valore della poesia non sono la stessa cosa.
Confonderli rischia di offendere entrambi.
Offende la Poesia quando le chiediamo di arretrare davanti alla rilevanza biografica di chi scrive. Offende la persona quando immaginiamo che abbia bisogno della propria identità per ottenere un riconoscimento che dovrebbe appartenere alla forza della sua parola.
Un poeta omosessuale può scrivere poesia civile senza parlare della propria omosessualità e può scrivere dell’amore omosessuale senza scrivere poesia civile. Una donna può scrivere poesia civile senza parlare della propria condizione di donna e può raccontare l’essere donna senza che il proprio testo debba necessariamente diventare civile. Ogni poeta è più vasto dell’identità attraverso la quale possiamo descriverlo.
L’identità può essere materia della Poesia, ma non è garanzia di Poesia. Può essere materia della poesia civile, ma non è ciò che, da sola, la rende civile.
Riconoscerlo non sottrae qualcosa a nessuno. Restituisce invece a ogni persona la libertà di non essere ridotta alla propria identità e a ogni poeta la responsabilità, meravigliosa e difficile, di incontrare la Poesia attraverso la parola.
Perché il rispetto della persona viene prima di qualsiasi etichetta. E il rispetto della Poesia ci chiede di non attribuirle altri criteri che non siano quelli attraverso i quali essa riesce, davvero, a diventare Poesia.
Francesco Nigri
Francesco Nigri è poeta, scrittore, saggista e promotore culturale italiano. È autore del sito ufficiale francesconigri.it e del progetto letterario Cosmica Poesia, fondatore e direttore del portale artistico-letterario Kosmikós.info e cofondatore dell’Associazione Culturale Internazionale HEFRA APS. Le sue opere hanno ricevuto numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali e sono al centro di reading, spettacoli teatrali e iniziative culturali in Italia e all’estero.
Approfondisci la biografia ufficiale di Francesco Nigri, le opere pubblicate, i premi letterari, i progetti culturali e i canali ufficiali.
Biografia ufficiale di Francesco Nigri;
👉 https://www.francesconigri.it/francesco-nigri/

Comments are closed